Inhaltsverzeichnis
«Ogni meccanismo dapprima libera e poi schiavizza».
(Gómez Dávila 2022, 201)
1. La scelta e la truffa1
Occorre muovere da lontano e rievocare alcuni ragionamenti di Natalia Ginzburg intorno al mestiere di scrittore:
«Ma, come mestiere, non è uno scherzo. Ci sono innumerevoli pericoli oltre a quelli che ho detto. Siamo continuamente minacciati da gravi pericoli proprio nell’atto di stendere la nostra pagina. C’è il pericolo di mettersi a un tratto a civettare e a cantare. Io ho sempre una voglia matta di mettermi a cantare, devo stare molto attenta a non farlo. E c’è il pericolo di truffare con parole che non esistono davvero in noi, che abbiamo pescato su a caso fuori di noi e che mettiamo insieme con destrezza perché siamo diventati piuttosto furbi. C’è il pericolo di fare i furbi e truffare. È un mestiere abbastanza difficile, lo vedete, ma il più bello che ci sia al mondo». (Ginzburg 2015, 69)
Che cosa dice questo brano? Che le parole scritte, per essere autentiche, devono esistere in chi le scrive, devono avere radici umane esistenziali2, e che però talvolta è pure possibile fare i furbi, usare parole pescate a caso al di fuori della nostra esistenza, messe «insieme con destrezza», e fare finta che siano parole nostre.
In che senso nostre? Certo non nel senso di un rapporto di proprietà o di possesso: la lingua è patrimonio collettivo. Il discorso qui potrebbe portare lontano, lungo il crinale della concezione costitutiva delle parole per la nostra identità3, ma per il nostro scopo sarà sufficiente dire che l’atto della scrittura poggia su una scelta, una selezione, delle parole ad opera esclusiva di chi scrive. Come aveva sottolineato Carofiglio, tra il legein, il parlare o comunque l’uso della parola e la scelta il legame è molto forte e stretto, ed è in realtà proprio tale scelta che dà senso alle nostre parole. Nell’atto di scegliere c’è la volontà di «mettere insieme, del raccogliere, del disporre le cose ‒ e le idee ‒ l’una accanto all’altra secondo un ordine razionale: scegliere è, dunque, dare forma all’indefinito»4.
Questa scelta ordinatrice tra parole che riconosciamo come nostre (che «esistono davvero in noi») giustifica ogni parola che scriviamo e le conferisce come un tratto distintivo nel quale troviamo traccia della nostra soggettività. È una decisione che, come indica l’etimo del termine (de-cidere, re-cidere5), taglia, tronca il flusso del discorso, per lasciar intravedere appunto il segno residuo di una scelta. Come osservava Max Picard:
«In questo atto [della decisione] la parola è liberata dal flusso abituale, quasi si sente lo stacco con cui la parola viene separata [herausgetrennt wird]. Nell’atto della decisione la parola viene destinata per quest’unica cosa, essa ridiviene precisa. Nell’atto libero la parola viene scelta e delimitata e proprio in questo modo si foggia lo stile dell’uomo. Quanto più è chiaro l’atto libero, tanto più limpido è lo stile». (Picard 1955, 86–87)
Grazie a questa decisione «il movimento orizzontale da parola a parola è interrotto [durchbrochen] dalla verticalità che unisce direttamente l’uomo all’oggetto e alla sua parola» (ibid.); si rispetta in tal modo la densità semantica della parola6 e si crea in un certo senso lo spessore del testo, la sua profondità.
Ora, senza voler insistere troppo su questo aspetto centrale dell’atto verbale o locutorio, mi premeva sottolineare fin dall’inizio della nostra riflessione un elemento decisivo (costitutivo) dell’atto traduttivo, legato appunto a tale dimensione verticale e decisionale della scrittura: siccome il redattore di un testo sceglie accuratamente – e per una pluralità di motivi – una determinata parola o un determinato costrutto, così anche il traduttore, se è veramente traduttore, per scegliere la sua parola o il suo costrutto deve ripercorrere l’itinerario selettivo dell’autore affinché anche nel testo tradotto possa risuonare lo «stacco» della decisione percepibile nel testo di partenza. Per questo è stato anche detto che il processo traduttivo è fatto di «continue microdecisioni»7. Questa operazione rallenta la traduzione, perché obbliga il traduttore a spezzare il flusso del testo per immedesimarsi nella verticalità della decisione autoriale. Ed è lavoro impegnativo, meticoloso, «parola per parola, zolla per zolla» come quando si ara un campo8, è un rivoltare la parola in ogni senso per scoprirne la ragione e poter proporre una scelta altrettanto ben motivata che (cor)risponda a quella dell’autore9.
Ebbene, è proprio in tale apertura verticale che risiede tutta la difficoltà ma anche la ricchezza dell’atto traduttivo, la sua dimensione etica, il suo spessore dialogico10 e le molteplici sfaccettature del suo significato. Avevo proposto alcuni anni or sono sette tesi sulla traduzione istituzionale per mettere in evidenza la poliedricità di questa attività non solo nelle sue componenti operative ed intellettuali ma anche nel suo plurimo significato politico, sociale ed etico. La traduzione, così recita una delle tesi, è atto di civiltà, oppure: la traduzione è prova della vitalità di una lingua, oppure ancora: la traduzione è opera creativa ed è un fattore di umanità. E via dicendo (Egger 2019, 64–80). Riassumendo questo tentativo di sistematizzazione in modo sintetico, credo si possa affermare che nella traduzione (e nel traduttore, secondo quanto ci ricordava Ginzburg) coabitano e convergono in mutua coefficienza una pluralità di scienze, saperi, convenzioni, tradizioni, auspici, opzioni e caratteri, e soltanto se sorretta da tutta questa complessità la parola tradotta assume un senso, è vera parola, non muto segno grafico scimmiottante un significante. Ma, evidentemente, sulla superficie del testo, tutto questo non traspare. La significatività della parola non si manifesta come segno grafico, ma è quell’invisibile irrinunciabile che conferisce al segno grafico tutto il suo senso.
Ora, la commutazione automatizzata di stringhe di grafemi da un codice linguistico ad un altro, ciò che ci si ostina a chiamare «traduzione automatica», non solo ignora e oblitera (cioè toglie dalle lettere) questa dimensione verticale – il senso –, con le nefaste conseguenze che si possono immaginare11, ma nella piatta orizzontalità del testo che genera connette e combina le singole sequenze di grafemi («parole»12) secondo una logica selettiva di cui si ignorano i criteri, a parte quelli pedestri della ripetizione stocastica13. La domanda che sorge allora spontanea è: chi parla, e chi scrive? Ricordo in proposito le polemiche nate in occasione delle traduzioni delle poesie di Amanda Gorman all’indomani del suo intervento nel quadro della cerimonia di insediamento del presidente americano Biden il 21 gennaio 2021: si disse che le sue poesie potevano essere tradotte soltanto da traduttrici donne e di colore, le uniche ad essere abitate dalle stesse parole … (per riprendere il fraseggio di Natalia Ginzburg).
Certo, si potrà obiettare che un testo trattato (o «processato») da siffatti programmi è comunque, nel caso ideale, riveduto da un traduttore, il quale reimmette il senso nel testo deprivatone, reintroduce la dimensione verticale, oltre evidentemente a correggere gli errori eventuali. Possibile? Non lo credo. Non si possono innestare radici organiche su una pianta di plastica posata sulla superficie del terreno. Anche perché, come osservava già Simone Weil, posto di fronte a macchinari sempre più perfezionati, l’operaio non si serve più ma diventa schiavo della macchina: non solo nel senso che finisce per diventarne un ingranaggio supplementare soggetto ai ritmi della stessa14, ma soprattutto perché ne adotta fondamentalmente la forma mentis. Questo è segnatamente vero per gli strumenti informatici, che hanno la tendenza a oltrepassare il loro statuto di strumento e ad imporsi come chiave unica di accesso alle entità che dovrebbero limitarsi a mettere in relazione15.
Vi è poi la problematica, più prettamente istituzionale, del pari trattamento delle lingue ufficiali. L’articolo 70 capoverso 1 Cost.16 non dispone che le autorità federali si esprimono in una lingua ufficiale accompagnata ancillarmente da due altre versioni equivalenti, generate magari in modo ignoto (come e da che cosa?). Le autorità parlano tre lingue ufficiali (o tre e mezza); è legittimo in questo paradigma delegare a macchine (o programmi informatici) l’uso di una lingua ufficiale? In tale ottica, soltanto quella più ufficiale delle altre ha diritto di essere veramente lingua, cioè, secondo l’espressione di Ginzburg, ad esistere dapprima in un essere umano. Ne va, evidentemente, non solo dell’autorialità, ma anche della responsabilità per quanto scritto e della cura della lingua a lungo termine.
Ma c’è di più: i manuali di scrittura istituzionale insegnano che nello scrivere occorre evitare a tutti i costi di creare testi impersonali17, svuotati di soggettività e anonimi. Ripeto allora la domanda posta poco prima: chi scrive i testi generati dall’intelligenza artificiale? Chi? Dove sentire una voce (autentica) risuonare in un testo muto18 (o manipolato)? Vi è dunque non soltanto il rischio di deresponsabilizzazione delle autorità nei riguardi della lingua ufficiale, ma anche di svuotamento, devitalizzazione di quello che dovrebbe essere un canale privilegiato di comunicazione con il cittadino.
Quest’ultimo aspetto è tanto più grave se si pensa che il plurilinguismo istituzionale va di pari passo con quello nazionale, il che significa che la tutela e la cura del plurilinguismo non concerne soltanto i diversi sistemi linguistici in quanto tali, ma anche tutta la cultura e le identità che vi si esprimono e di cui sono vettori (si ricorderà il postulato Franco Maspoli del 16 settembre 1963 In difesa delle stirpi, elemento fondamentale del pluralismo elvetico19). Detto altrimenti: possono le macchine farsi carico del «dovere grave»20 di rappresentare la componente italiana nella compagine confederale21?
Il problema della rappresentanza delle comunità linguistiche va particolarmente sottolineato perché via via che i testi prodotti da questi programmi sembrano presentabili (adeguati a un livello di «qualità sufficiente»), sono viepiù usati con disinvoltura senza previo controllo o post editing e pubblicati senza scrupoli di sorta. Un esempio particolarmente irritante a questo riguardo è il sito del PF di Zurigo, una piattaforma che a inizio settembre 2024 è stata foraggiata con più di 8000 pagine di contenuti in italiano processati totalmente da un’interfaccia DeepL – tedesco senza intervento umano alcuno, boriandosi per giunta di aver potuto in questo modo adempiere gli imperativi del plurilinguismo ufficiale con un dispendio minimo di risorse22.
Si potrebbe infine aggiungere il discorso della testualità, una dimensione essenziale della comunicazione istituzionale (e non solo), di cui a quanto mi risulta, le macchine ignorano l’esistenza.
In definitiva, non credo che si tratti di opporsi categoricamente a ogni progresso tecnologico in nome di un immobilismo nostalgico e retrogrado, ma piuttosto di mettere in guardia gli addetti ai lavori su alcuni effetti collaterali che l’uso degli strumenti di aiuto alla traduzione possono avere sulla natura stessa dell’attività traduttiva. Nel caso della traduzione automatica, in particolare, ci si può chiedere se questi effetti collaterali non siano di entità tale da snaturare del tutto la traduzione stessa.
Dunque, riassumendo, pur non volendo assolutamente situarmi contro qualsivoglia progresso tecnico, credo che l’uso di strumenti destinati alla commutazione automatica di grafemi, id est strumenti cosiddetti di traduzione automatica, presenta in ambito istituzionale i due rischi maggiori seguenti:
- quello di indurre surrettiziamente il traduttore a fare ciò che da sempre lo si esorta a non fare, ossia scivolare rapidamente sul testo e sostituire (tradurre) una parola con un’altra parola senza soffermarsi su ogni singola parola e riflettere per ricostruire la scelta che ne giustifica la presenza (senza contare la scomparsa della dimensione testuale, ignorata per forza di cose);
- quello di non interrogare il testo di partenza sulla sua correttezza, rinunciando dunque al ruolo di banco di prova che spetta al traduttore e che permette alla traduzione appunto di concorrere costruttivamente alla perfezione dei testi definitivi nelle differenti versioni linguistiche (perdita della componente redazionale che giustifica in fondo il regime di vero trilinguismo ufficiale).
Terminerei con il parere di un grande linguista – che è però anche un grande umanista – Francesco Sabatini, che in un suo recente libro intervista, sorta di bilancio della sua vita, dice quanto segue sul futuro della lingua:
Cristiana De Santis:
«Come vedi il futuro della parola? Sarà ancora lo strumento privilegiato della nostra comunicazione in quanto umani?»
Francesco Sabatini:
«Me lo auguro, perché vorrebbe dire che ogni individuo può contribuire allo sviluppo dei significati. Altri strumenti, come quelli creati grazie alle nuove tecnologie, sfuggono al dominio dell’individuo, si sottraggono all’etica della parola».
Cristiana De Santis:
«La parola come ordigno, verrebbe da dire».
Francesco Sabatini:
«Sì, come qualcosa che esplode, si diffonde in mille frammenti e si disperde»23.
Jean-Luc Egger, Cancelleria federale, Servizi linguistici centrali, Divisione italiana, Berna, e-mail: jean-luc.egger@bk.admin.ch.
- Carofiglio, Gianrico (2010): La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano.
- De Mauro, Tullio (2019 [1982]): Il valore delle parole, Treccani, Roma 2019.
- Egger, Jean-Luc (2024): «Politecnico di Zurigo: errori gravi per il plurilinguismo», in Corriere del Ticino, 2 ottobre 2024, p. 30.
- Egger, Jean-Luc (2019): A norma di (chi) legge. Peculiarità dell’italiano federale, Giuffrè Francis Lefebvre, Milano.
- Ginzburg, Natalia (2015): Le piccole virtù, Einaudi, Torino.
- Gómez Dávila, Nicolás (2022): Escolios a un texto implicito, Nuevos e Sucesivos, a cura di Loris Pasinato, GOG Edizioni.
- Guardini, Romano (2022 [1946]): La nostra responsabilità per la lingua, in Id., 1945. Parole per un nuovo orientamento, a cura di Gloria Dell’Eva, Morcelliana, Brescia, pp. 213–250.
- Kafka, Franz (1986): Briefe an Milena. Erweiterte und neu geordnete Ausgabe, a cura di Jürgen Born e Michael Müller, Fischer, Frankfurt am Main.
- Ferrero, Ernesto (2023): Goethe, Kafka e Borges e la civile arte del tradurre, Il Formichiere, Foligno.
- Finkielkraut, Alain (2019): À la première personne, Gallimard, Paris.
- Kamoun, Josée (2024): Dictionnaire amoureux de la traduction, Plon, Paris.
- Lepori, Giuseppe (1962): Il contenuto giuridico – politico della Costituzione della Repubblica e Cantone del Ticino, Edizione di Svizzera italiana, rivista, Locarno 1962. [Prolusione al corso di diritto costituzionale ticinese detta dal dr. h. c. Giuseppe Lepori, all’università di Friborgo, il 14 dicembre 1960].
- Levi, Primo (1997): Un’aggressione di nome Franz Kafka, in Id. Conversazioni e interviste 1963–1987, Einaudi, Torino 1997 [ora in Id. (2018), Opere complete, III, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino, pp. 362–367].
- Mjölsnes, Ettore (2022): Der stumme Text. Eine Kritik der maschinellen Übersetzung, Digiboo, Küsnacht.
- Panikkar, Raimon (2016): Lo spirito della parola, a cura di Giuseppe Isō Forzani e Milena Carrara Pavan, Bollati Boringhieri, Torino.
- Pareschi, Silvia (2024): Fra le righe. Il piacere di tradurre, Laterza, Bari – Roma.
- Picard, Max (2014 [1948]): Il mondo del silenzio, a cura di Jean-Luc Egger, Servitium, Sotto il Monte.
- Picard, Max (1955): Der Mensch und das Wort, Eugen Rentsch Verlag, Erlenbach-Zürich und Stuttgart.
- Pini, Verio (2017): Anche in italiano! 100 anni di lingua italiana nella cultura politica svizzera, Casagrande, Bellinzona.
- Sabatini, Francesco (2024): Un italiano accogliente. Dialogo con Cristiana De Santis, Il Mulino, Bologna.
- Tomasin, Lorenzo (2017): L’impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia, Carocci, Roma.
- Weil, Simone (1988 [1932]): Après la visite d’une mine, in L’Effort, n. 299 del 19 marzo 1932, ora in Id. Œuvres complètes, II/I, sous la direction d’André A. Devaux et de Florence De Lussy, Gallimard, Parigi 1988, pp. 95–97.
- 1 Testo leggermente adeguato della relazione tenuta il 24 ottobre 2024 nell’ambito del laboratorio «Tradurre i testi, tradurre la testualità: comunicazione ufficiale e nuove tecnologie» organizzato a Basilea (Kollegienhaus) dall’Istituto di italianistica dell’Università di Basilea.
- 2 Questo aspetto della scrittura è esacerbato ad esempio in Kafka, che in una sua lettera scrive: «Dieses Wahrreden ist also kein sehr großes Verdienst, es ist ja auch so wenig, ich suche nur immerfort etwas Nicht-Mitteilbares mitzuteilen, etwas Unerklärbares zu erklären, von etwas zu erzählen, was ich in den Knochen habe und was nur in diesen Knochen erlebt werden kann», in Kafka 1986, 294.
- 3 Sull’idea della lingua come «dono e retaggio» osservava Romano Guardini (2022, 213): «La lingua è un dono. Nasciamo in essa, cresciamo in essa, sentiamo la sua influenza plasmante, in tutti gli stadi del nostro sviluppo. Essa ci connette con la nostra esperienza del mondo, con il nostro sapere, con il nostro agire; diviene parte della nostra personalità, della nostra vita. Così noi ci muoviamo in essa con la stessa scontatezza con la quale ci muoviamo nell’aria che respiriamo o nel paese dove siamo cresciuti».
- 4 «Il verbo lego indica, infatti, le azioni del raccontare, del parlare: ma, anche e prima ancora, del mettere insieme, del raccogliere, del disporre le cose ‒ e le idee ‒ l’una accanto all’altra secondo un ordine razionale: scegliere è, dunque, dare forma all’indefinito. L’etimologia ci offre un’intuizione inattesa e illuminante: dire (o raccontare) e scegliere sono azioni, nella loro intima essenza, straordinariamente simili», Carofiglio 2010, 110.
- 5 E, analogamente, il francese trancher e il tedesco ent-scheiden.
- 6 «La parola rosa dice ben più che la ‹rosa›: sono io che la pronuncio e, quindi, include anche me, sono io che dico rosa e non rhódon (greco) o japā (javāpuspam, japāpusvam: sanscrito), sono io che mi trovo coinvolto in tutto un universo linguistico e culturale che mi suggerisce tutto un universo (centrato sulla rosa). E, ancora, sono io che la dico ma non a me solo, bensì a un tu, a un noi; e la parola stessa ci connette con noi tutti per i quali la parola riveste un significato, o meglio libera una quantità di sensi: colori, odori, significati, concetti, metafore, sentimenti, connotazioni … dhvani», Panikkar 2016, 44.
- 7 [P]erché «ogni decisione che si prende quando si traduce – e il processo traduttivo è fatto di continue microdecisioni – deve essere sostenuta da un solido iceberg fatto di riflessioni e ricerche», Pareschi 2024, 88.
- 8 «Inoltre, un conto è leggere un libro seduti in poltrona, corsivamente, senza soffermarsi, un altro conto è ararlo, parola per parola, zolla per zolla, come si fa traducendo», Levi 1997, 189.
- 9 Su questa responsabilità del traduttore contrapposta in parte a certe libertà dell’autore, scrive bene Ferrero: «L’autore può permettersi di essere qualche volta distratto, o semplicemente non completamente consapevole di quello che sta facendo. Il traduttore non si può permettere questo lusso. Deve restare sul pezzo, come si dice. Affronta ogni parola, la pesa, la scruta, la considera come se dalle scelte che sta facendo dipendesse il destino del mondo. Ed è effettivamente così: tutti dovremmo usare le parole come se fossimo dei traduttori al lavoro: rigorosi, esigenti, incontentabili, mai soddisfatti delle soluzioni che hanno trovato», Ferrero 2023, 11–12.
- 10 «La traduction ouvre un espace de dialogue, de débat et peut faire polémique car elle ne s’opère pas dans une éprouvette mais dans un champ culturel ; les discours qui l’accompagnent, celui du monde de l’édition, de l’université, des médias, des réseaux sociaux, celui de l’entité floue dite République des Lettres en somme, font intervenir de multiples acteurs à la parole volubile mais au capital symbolique variable», Kamoun 2024, 16–17.
- 11 A cominciare dalla riduzione della lingua a semplice codice o strumento di comunicazione. Scriveva in proposito recentemente Alain Finkielkraut (2019, 85–86): «Celle-ci [la langue] est placée d’emblée et sans réserve dans l’horizon de la raison opérationnelle. On ne la conçoit plus comme civilisation, mais comme service. C’était un don et un héritage, c’est, dans un monde où tout ne fonctionne pas mais où tout est fonctionnement, un moyen de communication et d’information. C’était une tradition, c’est devenu un support de l’échange. L’esprit de la technique a chassé et supplanté le génie de la langue».
- 12 «Parole» che in quanto generate da altre parole (o «dal brusio di altre parole») e non da una decisione sono degradate ormai a brusii verbali (Wortgeräusch) secondo la visione premonitoria di Picard 2014, 154.
- 13 Definiti per questo «pappagalli stocastici», «ovvero sistemi che non hanno alcuna comprensione del significato delle parole o delle espressioni che generano, ma piuttosto individuano schemi verbali ricorrenti nei dati e li ripetono come pappagalli», Pareschi 2024, 109. Il rilievo è pure da contrapporre all’intrinseca creatività che caratterizza il linguaggio umano, «poiché la creatività, l’oscillazione continua non sono caratteri accessori, ma caratteri intrinsecamente specifici del vocabolario di una lingua e dei suoi elementi», De Mauro 2019, 177–178.
- 14 «Auparavant, il [l’ouvrier] adaptait la forme et la marche de l’outil à la forme et à la durée naturelle de ses mouvements ; le pic était pour lui comme un membre supplémentaire qui faisait corps avec lui, qui amplifiait le mouvement de ses bras. À présent c’est lui qui fait corps avec la machine, qui s’ajoute à elle comme un rouage supplémentaire et vibre de sa trépidation incessante», Weil 1988, 97.
- 15 Giacché l’applicazione delle nuove tecnologie ai più disparati campi dell’attività umana si accompagna spesso alla «tendenza di queste a divenire egemoniche e a stravolgere, anziché integrarli, paradigmi operativi maturati attraverso secoli o addirittura millenni di elaborazione critica», Tomasin 2017, 53.
- 16 Art. 70 cpv. 1 Cost. Lingue: 1 Le lingue ufficiali della Confederazione sono il tedesco, il francese e l’italiano. Il romancio è lingua ufficiale nei rapporti con le persone di lingua romancia.
- 17 Leggiamo ad esempio nella Guida alla redazione degli atti amministrativi. Regole e suggerimenti, a cura del gruppo di lavoro promosso da Istituto di teoria e tecniche dell’informazione giuridica e Accademia della Crusca, 2011, p. 24: «Limitare l’uso del passivo e dell’impersonale ai casi in cui non è possibile esplicitare l’agente (cioè chi compie l’azione) o ai casi in cui l’espressione è più semplice e oggettiva senza questa indicazione».
- 18 Su questo aspetto cfr. anche Mjölsnes 2022.
- 19 Si veda in merito Pini 2017, 84–85.
- 20 Converrà leggere quanto scriveva in proposito Giuseppe Lepori (1962, 26): «Da questa consapevolezza [di essere non solo un Cantone ma una stirpe] nascono doveri gravi: quello di conservare intatto il patrimonio della lingua, incorrotti i modi del pensiero latino, incontaminato anche l’aspetto esteriore del suo paesaggio».
- 21 Ossia «quella pluralità di Svizzeri, che usa la lingua italiana come segno di riconoscimento esterno più marcante e come veicolo di comunicazione e ha, prima ancora, in comune una serie di altri fattori, come il modo di afferrare, pensare e analizzare un fatto, di guardare al futuro, di reagire rispetto a un avvenimento, di comportarsi, cioè la mentalità italiana nella sua peculiarità svizzero-italiana», in Gruppo di lavoro istituito dalla Deputazione ticinese alle Camere federali, Rapporto sulla presenza della minoranza italofona nell’Amministrazione federale, Berna, maggio 1984, p. 2.
- 22 Si veda in proposito anche Egger 2024, 30.
- 23 Sabatini 2024, 113.